Un americano a Roma, I have a dream (di Maria Teresa Di Sarcina)

Qualche giorno fa Maria Teresa Di Sarcina ha scritto di getto questa nota, all’uscita di una iniziativa di Ignazio Marino che si è tenuta a Roma. Volentieri pubblichiamo.

disarcina

foto a.molisso

Come al solito ho iniziato a scrivere di getto, dal cellulare, dopo aver messo ordine tra parole, idee, suggestioni ed emozioni, mentre l’ennesimo treno mi portava lontano da Roma e vicino al mare dei miei affetti.

Stamattina sono stata all’ Eliseo alla presentazione della candidatura di Ignazio Marino a sindaco di Roma. “Daje!”, è lo slogan scelto per irrompere sulla scena delle primarie per scegliere il candidato del centrosinistra. L’esclamazione romanesca spicca rossa su uno sfondo bianco, al di sotto un logo formato da sette protuberanze lattee, che rimandano subito alla storia della città eterna nata e cresciuta sui sette colli, ma che a me fanno anche pensare a un multiforme e ancestrale seno materno, caldo e accogliente, come solo la città che più amo al mondo sa essere.

Entro in ritardo, il teatro è pieno, cerco facce conosciute e ne scorgo poche ma giuste. “Per fortuna”, penso istintivamente: ogni tanto trovare facce nuove fa bene, arricchisce, anche in casa propria.
Ovunque prevalgono i toni del rosso acceso, le poltrone, il sipario, e un maglioncino a girocollo entro cui impercettibili gesti accompagnano una voce dall’accento nordico, voce con cui Ignazio Marino, magro, lungo, serio e velatamente emozionato sta delineando il modello per la Roma che sogna. Mentre lo ascolto ripenso ai settecolli del logo, bianchi di candore dai profili colorati. Dentro c’è tutto, o almeno tutto quello che speravo di sentir mettere sul tavolo per stringere un patto con i cittadini.

Quando arrivo Marino sta parlando e scopro che ha appena iniziato. Sono andata perché volevo conoscere meglio la sua idea di città, che tra applausi e sussulti ho scoperto essere molto, molto vicina alla mia.
Roma città eterna, Roma città aperta, Roma capitale. Siamo tutti romani, ho pensato, e all’inizio siamo tutti di passaggio: nascere a Roma non significa per forza amarla più di chi l’ha scelta, per studio o per lavoro, e qui ha deciso di restare, pur maledicendola ogni due giorni, come me.

Marino parla, e quella flessione nordica mi fa pensare a certe dichiarazioni lette qua e là che inveivano contro il suo non essere romano e la sua candidatura in calcio d’angolo, calata dall’alto. Succede spesso, quando la squadra del cuore arranca, non concretizza, rischia sullo zero a zero pur partendo da una posizione di vantaggio. L’allenatore sente i fischi dalla curva, guarda spaesato i giocatori in campo, professionisti noti e ben retribuiti; capisce che per sbloccare il risultato serve un cambio, un coniglio dal cappello, un deus ex machina, un fantasista che conosca le regole e le rispetti, uno, insomma, in grado di dare fiato ai difensori e incendiare lo stadio. Sceglie dalla panchina, dove ognuno sa che da un momento all’altro potrebbe essere chiamato a entrare in campo, forse anche per un ruolo diverso da quello per cui nei giorni precedenti si era allenato.

Marino parla, tra gli applausi a scena aperta pur davanti a un sipario chiuso, che m’immagino metafora di una politica asfittica e clientelare con cui spero abbiamo chiuso.
Nelle sue parole c’è la città più bella del mondo che da troppo tempo ha smesso di curarsi: il volto grigio per lo smog e lo sguardo triste per le offese indecenti, che sanno di pajata e polenta sganasciata, gran premi improvvisati sulla pelle dei cittadini, aziende municipalizzate ridotte a merce di scambio, manager pagati dieci volte di più dei dipendenti, servizi pubblici inefficienti e relegati a mezzi di fortuna, ma anche e soprattutto di una classe politica che ha dimenticato il proprio compito: essere a servizio dei cittadini.

Al momento della sua discesa in campo, solo una settimana fa, lo avevo sentito dire che “Roma ha bisogno di una cura chirurgica”. Ho sempre avuto un debole per i chirurghi, con la loro precisione e tempestività salvano le vite: ho pensato che non avrei potuto augurarmi di meglio per Roma, per i suoi angoli di degrado ipocrita, bigottismo e miseria morale, ma anche per i suoi commoventi scorci al tramonto, per le sue pietre d’inciampo, per i suoi tesori archeologici unici al mondo, costantemente lasciati soli di fronte al nulla a cui ci hanno abituato.

Marino ricorda i suoi anni negli Stati Uniti, che l’hanno visto conquistare la professionalità e l’autorevolezza in campo medico che tutti gli riconoscono, lontane dalle baronìe nostrane e parte costituente della stima di cui gode come politico esperto di questioni sanitarie.
Marino continua a parlare tra gli applausi, e tanti cartelli col suo logo si alzano tra il pubblico: un tocco di campagna elettorale all’americana irrompe nel piattume di certa sinistra sicura di poter vincere facile, o ancora peggio, di dover solo mostrare i muscoli per delle conte interne e prepararsi a svolgere il rassicurante ruolo di opposizione.
Dell’esperienza negli Stati Uniti cita un episodio del lontano 1985 quando, di fronte all’ennesima aggressione mortale a Washington, disse con fermezza ai suoi colleghi abituati alla violenza per le strade: a Roma queste cose non succederanno mai. L’immagine di Roma in quegli anni era quella di una città che, grazie a un fortunato patto sociale e ad amministrazioni lungimiranti, aveva come obiettivo quello di superare il buio degli estremismi politici marchiati dal terrore e dalla violenza, rimettendo al primo posto la solidarietà e il valore dei beni comuni come fondamento di una comunità.
E invece eccolo qui, a distanza di quasi trent’anni, a dover ricordare una lunga scia di sangue, intolleranza, razzismo, omofobia, che corre per le strade dal centro alla periferia, alla quale contrappone la sua cura d’urto per una città dove aggressioni, rapine e omicidi ormai talvolta non conquistano neanche più le prime pagine, dove si può morire per una parola di troppo.

Parla delle donne, Marino, della paura che condiziona le loro vite e delle difficoltà con le quali quotidianamente si trovano a combattere, dell’impossibilità di essere madri e lavoratrici quando le richieste di ammissione agli asili nido superano di ben sette volte il numero dei posti a disposizione.
Invoca una città a misura di bambino e penso subito a mia nipote e agli altri bimbi che conosco, perché “una città dove stanno bene i bambini è una città dove vivono bene tutti”.
Dalle sue parole trapela la profonda riflessione che ha preceduto la sua discesa in campo, e si propone non come un candidato che parla ai suoi elettori, ma come un amministratore che si rivolge a tutti i cittadini. Lo sento parlare di cultura, patrimonio artistico, spazi comuni, tutela del territorio, merito, efficienza, concetti che da tempo associavo solo a un glorioso passato ricoperto di polvere e non più al presente di questa città.

E alla fine, mentre i presenti lasciano il teatro e lui si ferma a salutare i tanti che gli si avvicinano, io mi ritrovo così, con un sorriso un po’ inebetito, senza sapere neanche bene come ci sia arrivata, a entusiasmarmi per un sogno fatto di politica, quella vera, quella bella, capace di far tornare a dire a chiunque “io a Roma ci vivrei”. E applaudo, perché sento che un uomo venuto dal nord, su quel palco, sta pronunciando le parole che da tanto tempo avrei voluto sentire, con toni di denuncia sociale ma mai sprezzanti nei confronti dei suoi avversari.

Eccolo, il mio sogno americano: nella mia idea di città democratica, inclusiva, saggia, verde, vicina ai cittadini quello che ho visto e sentito oggi rappresenta per me l’unica speranza, ma so di non essere sola. Roma è spenta, sporca, cattiva, razzista, diffidente, sguaiata, insidiosa, pericolosa, e tutto ciò lo dobbiamo alla terribile gestione della destra, ma anche alle decisioni sbagliate nella scelta del candidato che ce l’hanno fatta perdere e l’hanno consegnata ad Alemanno su un piatto d’argento. La politica, quella sana, quella vera, quella che spaventa apparati e populismi, è fatta di passione, ascolto, sudore, delusioni, ottimismo, umanità. Una piccola luce si è accesa: andiamo a riprenderci il sole.

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