Newsletter di Federica Mogherini: elezioni Presidente della Repubblica

Riceviamo da Federica Mogherini, deputato PD

Sono stati giorni e notti difficilissimi. Per la tensione, il peso della responsabilità, la fatica del confronto, l’amarezza della delusione, la rabbia, il dolore di vedere il PD franare, e diventare con le sue implosioni parte del problema, piuttosto che la chiave delle risposte che il paese cerca. Sono stati giorni dolorosi, faticosi. Ho scelto di far depositare i pensieri, le emozioni, prima di raccontarli. A volte serve tempo, prima di trasformare i pensieri in parole. Oggi provo a ricostruire quel che è successo, per come l’ho vissuto, perché sono convinta che sia utile capire quel che è alle nostre spalle, prima di affrontare i nuovi difficili giorni che avremo davanti.

Una decina di giorni fa, le assemblee del gruppo del PD alla Camera e al Senato hanno discusso del metodo che avremmo dovuto seguire per l’elezione del Presidente della Repubblica, e del profilo che avrebbe dovuto avere. Senza grandi obiezioni, dopo una discussione molto lunga che si è concentrata su altro (l’opportunità o meno di far insediare le commissioni parlamentari) e se non ricordo male all’unanimità, abbiamo dato mandato a Bersani di ricercare la più ampia e trasversale convergenza su un candidato di profilo politico-istituzionale, con l’esperienza e la solidità necessari a gestire il governo di questa fase difficile ed anche i lunghi anni che verranno. Avevamo esplicitamente convenuto che fosse utile, seguendo il dettato costituzionale che richiede alle prime votazioni i due terzi dei consensi, ricercare anche il sostegno di PdL e Lega sul candidato alla Presidenza della Repubblica. Su questo non ricordo obiezioni: tutti concordammo che il garante dell’unità nazionale dovesse essere scelto, se possibile, insieme.

Qualche giorno dopo, con una votazione online (peraltro ripetuta due volte per  problemi tecnici), i non più di 48.000 iscritti del Movimento 5 Stelle scelgono i loro candidati, e dopo la rinuncia della Gabanelli e di Strada ufficializzano la candidatura di Rodotà – persona stimabile, ma certo non rispondente né al profilo né al metodo che noi avevamo scelto. Bersani va avanti nella ricerca di un candidato di unità nazionale.
Mercoledì, all’assemblea dei “grandi elettori” non solo del PD ma anche del resto della coalizione, ci viene comunicato il nome sul quale si è registrata la più ampia convergenza: Marini. Sul quale esprimono netta contrarietà Sel (che fino al momento prima aveva condiviso la scelta, bocciandone altre), e diversi “grandi elettori” del PD. Ed ecco che il candidato di unità nazionale diventa il nome su cui si spacca il partito e la coalizione. Indipendentemente dal profilo e dalle qualità di Marini, questo avrebbe dovuto consigliare di fermarsi e quantomeno riflettere. Perché se é giusto cercare il dialogo con la destra sull’elezione del Presidente della Repubblica, è sbagliato farlo dividendo il proprio campo. Banale. Avremmo potuto, e dovuto, cercare una soluzione che consentisse a tutto il PD e possibilmente a tutta la coalizione di riconoscersi nella scelta che stavamo per fare. Oppure, prenderci del tempo per discuterla, condividerne le motivazioni, arrivare ad una scelta che potesse vincolare tutti perché tutti aveva in qualche modo interpellato, coinvolto. Invece, una rapida discussione ed una sbrigativa votazione non ha potuto far altro che fotografare una spaccatura, e proiettarla sul voto del giorno dopo. Primo dramma consumato: il candidato del PD, votato da PdL, Lega e Scelta Civica, è affossato da un PD esplicitamente e pubblicamente lacerato.

Secondo passo: si riunisce una nuova assemblea – stavolta senza il resto della coalizione – e Bersani propone per la quarta votazione, quella in cui basta la maggioranza semplice, la candidatura di Prodi, l’unica figura che può unire il PD e la coalizione, e garantire un altissimo profilo. Lasciamo la strada dell’unità nazionale – non per irresponsabilità delle altre forze politiche ma per una nostra divisione che nessuno ha gestito, e che rende impossibile ormai la fiducia tra noi – e ci rifugiamo nella seconda opzione, che da sempre era sul tappeto in caso si arrivasse al quarto scrutinio: l’autosufficienza. Si sa com’è andata: al nome di Prodi scatta la standing ovation, il voto (che c’è stato, per alzata di mano) registra unanimità (nessun contrario, nessun astenuto), e poi il segreto dell’urna ci consegna la fotografia di un vero e proprio attentato all’esistenza in vita del PD. La carica dei 101 franchi tiratori, organizzati scientificamente (le modalità ed i numeri del voto lo dimostrano piuttosto chiaramente) contro l’unica candidatura che avrebbe potuto dare insieme un ottimo presidente al paese, avvio alla legislatura, unità al PD ed alla coalizione. Il delitto perfetto, l’attentato all’esistenza in vita del PD e alla già malandata tenuta dell’istituzione parlamentare. Le ore più buie. Prodi rinuncia, il PD implode, la crisi appare senza sbocchi. Abbiamo bruciato nell’arco di 24 ore due candidati di alto livello, due linee politiche opposte, un segretario, e forse un partito nato da storie secolari e nuove energie vitali. Per me, la notte tra venerdì e sabato è stata tra le più dolorose della mia vita politica. Quel che era nato per cambiare l’Italia, per servirla, il partito che aveva scelto di avere il tricolore nel suo simbolo, diventava l’ostacolo al funzionamento delle istituzioni democratiche, in un momento drammatico per il paese, in cui l’unica nostra bussola avrebbe dovuto essere il senso di responsabilità verso gli italiani e le istituzioni democratiche. Un fallimento, tanto più doloroso perché trascinava con se il fallimento dei meccanismi democratici delle nostre istituzioni. Ho provato vergogna, e rabbia, quella notte. Ma non la disperazione della rinuncia: pronunciare la frase “questa è la fine del PD” avrebbe significato arrendersi a chi – temo – sull’elezione di Prodi al Quirinale ha pensato di fare il congresso di scioglimento del partito, con un cinismo ed un’irresponsabilità criminali.
Terzo passo: l’elezione di Napolitano, l’unica soluzione dignitosa per il paese, dopo il duplice fallimento dei due giorni precedenti, grazie ad una sua non scontata generosità ed al suo – invece ben noto – altissimo senso dello Stato.
Alcuni mi hanno chiesto perché non Rodotà. I motivi sono molti – tra cui il fatto che, com’è evidente, non avrebbe in ogni caso avuto i voti necessari per essere eletto. Ma per me sarebbe stato impossibile pensare di votare Presidente della Repubblica una persona che accetta di essere candidata alla più alta carica dello Stato perché indicata da una classifica (in cui è terzo!) stilata senza trasparenza alcuna a seguito di una votazione online (ripetuta) a cui al massimo hanno partecipato 48.000 iscritti ad un partito politico il cui leader teorizza la distruzione delle istituzioni democratiche del paese. Sarò retrò, ma per me il Presidente della Repubblica deve avere un più alto senso del proprio ruolo, e dello Stato.
Questo, quel che è stato fin qui. Del governo parleremo quando avremo ascoltato dalle parole di Napolitano qual è la via che intende seguire per provare a portare l’Italia (e le sue istituzioni) fuori dal labirinto. Del PD parleremo il minuto dopo che avremo dato un governo al paese, perché sinceramente ci manca solo che scarichiamo anche su quel passaggio la devastazione di quel che ci ritroviamo tra le mani. Ma del PD parleremo, perché l’unica cosa di cui mi resta certezza è l’assoluta necessità di far rinascere il nostro partito, quello che doveva – e deve ancora – cambiare l’Italia e darle un futuro.

 

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Un pensiero su “Newsletter di Federica Mogherini: elezioni Presidente della Repubblica

  1. Non comprendo perché nei due terzi del parlamento viene preso in considerazione solo l’ipotesi PDL e non quella del M5S. Ritengo che da questa errata scelta sia scaturita una serie di distinguo molto nocive sia per il partito che per la situazione dell’Italia.

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