Lettera di 40 parlamentari del PD ad Epifani e Speranza

Pubblichiamo la  lettera che 40 parlamentari, tra i quali Marco Miccoli,  hanno inviato ad Guglielmo Epifani, segretario PD, e Roberto Speranza, capo gruppo alla Camera.

Caro Guglielmo, caro Roberto, abbiamo deciso di aprire un confronto a viso aperto con voi sul passaggio difficile che il nostro paese e il partito che abbiamo contribuito a fondare stanno vivendo.

A partire da una premessa: noi sosteniamo il lavoro che state mettendo in campo, in condizioni difficili ed eccezionali, sul fronte del partito e in parlamento. Il risultato dei ballottaggi, pur in un quadro di astensionismo molto oltre i livelli di guardia, restituisce alla nostra gente un pezzo di quella fiducia persa nell’avvio drammatico di questa legislatura.

Ma il sostegno al vostro lavoro e i risultati elettorali non possono farci tacere di fronte ad errori palesi che si sono commessi e che si continuano a commettere nel nostro partito rispetto ai quali ci sentiamo di fare tre considerazioni. superare le correnti è diventata la dichiarazione più frequente di ogni dirigente del partito democratico. Ma l’appartenenza a vecchie filiere, spesso ormai prive di significato politico, rimane invece il criterio esclusivo che guida le scelte nell’attribuire ruoli nel partito.

E lo è stato anche in parlamento dove non sono stati valorizzati ad esempio i tanti parlamentari, portatori di competenze, democratici liberi, eletti con le primarie e che attraverso questo meccanismo di selezione hanno rinsaldato un rapporto con l’elettorato e i territori che il porcellum ha definitivamente cancellato. Il pluralismo politico e culturale è un valore a patto che non si trasformi in una sommatoria di compartimenti stagni, meccanismo esclusivo per la spartizione delle cariche. Il partito sul territorio e più in generale il nostro elettorato non si riconosce, ormai da tempo, in questa fotografia e sta a noi restituire un quadro più realistico di cosa è oggi effettivamente la nostra comunità politica, superando ora e non al congresso, uno stato di correntismo asfittico che rischia di soffocare il partito.

Costruiamo da subito l’anagrafe delle competenze tra gli eletti. Chiediamoci chi sa fare che cosa, prima di qualsiasi domanda sulle appartenenze. Abbiamo votato la fiducia al governo delle larghe intese. L’abbiamo fatto responsabilmente ma con addosso una ferita che difficilmente potrà rimarginarsi e che non riusciamo a motivare negli incontri con i nostri militanti ed elettori. Questo governo non nasce da una fatalità. Sono stati commessi errori irreversibili e abbiamo aspettato, invano, di ascoltare in queste settimane un’autocritica piena. Lo diciamo pensando anche che Pierluigi Bersani abbia pagato più di tutti e forse più del dovuto. I nomi dei 101 che ogni singolo militante ed elettore ci chiedono quotidianamente forse non li conosceremo mai. Ma ci sentiamo di rigettare con forza la tesi, che spesso abbiamo ascoltato, secondo la quale il disastro sia stato generato dalla irresponsabilità dei deputati alla prima legislatura e non, come crediamo, da vecchi rancori mai sopiti.

Oggi sosteniamo lealmente il governo Letta e pensiamo che in questa vicenda il Pd debba fare il Pd. Dobbiamo marcare cioè una nostro profilo, in aula, nel lavoro delle commissioni e fuori dal parlamento, che sia chiaro. Senza autocensure per timori, spesso infondati, che dire delle cose “democratiche” possa far cadere il governo. Non ci interessa la competizione mediatica. Siamo interessati ai contenuti, alle cose da fare, alle risposte che giovani e meno giovani disoccupati da nord a sud, piccole e medie imprese, mondo della scuola, i ceti più deboli, aspettano e si aspettano da noi. Dividiamo il lavoro dei gruppi parlamentari in macroaree, mettiamo ordine all’iniziativa parlamentare, apriamo una discussione in anticipo sui temi più sensibili e facciamola vivere contemporaneamente nei nostri circoli e nel paese.

Siamo interessati al percorso congressuale ma siamo anche molto preoccupati che non lo si stia mettendo sui giusti binari. Fare un congresso aperto non può essere solo un problema di regole, che pure sono importanti. Il tema è se vogliamo che si parli, da subito, dei contenuti, dei nodi che per anni non abbiamo sciolto. Non ci riconosciamo nella telenovela mediatica sul nostro partito che racconta solo di posizionamenti strumentali attorno a questo o a quel leader.

Promuoviamo da subito alcune tappe di avvicinamento al congresso per avviare una discussione seria, con circoli ed elettori su tre grandi questioni: il ruolo dei partiti e il grande tema della rappresentanza in questa difficile transizione democratica, il modello di sviluppo e la visione di paese nel nuovo quadro europeo, la prospettiva istituzionale e le riforme per far diventare l’Italia una democrazia partecipata e che decide.

Cari Guglielmo e Roberto vi scriviamo tutto questo non perché siamo professionisti del disagio interno, di quelli che pensano che gli avversari politici siano sempre dentro il partito. Lo facciamo perché non vogliamo restare inerti in un passaggio lacerante per il progetto a cui crediamo e che pensiamo sia l’unico possibile in questo momento, quello del Partito Democratico. Ci mettiamo a disposizione per un contributo positivo e di proposta e da noi troverete sempre dialogo e sostegno ma ci aspettiamo coraggio, condivisione e innovazione nelle scelte difficili che abbiamo davanti. Il paese sta soffrendo e noi vogliamo essere percepiti dagli italiani non come coloro che aggravano questa sofferenza ma come chi sta facendo quotidianamente lo sforzo per contribuire ad alleviarla.

Arlotti, Bargero, Beni, Berlinghieri, Capozzolo, Carella, Cenni, Cimbro, Cocci, De Caro, D’Ottavio, Fabbri M., Fossati, Gadda, Galli C., Gribaudo, Guerra, Guerini G., Incerti, Iori, Laforgia, Maestri, Malpezzi, Manfredi, Manzi, Marzano, Miccoli, Morani, Moretti, Mura, Pastorino, Patriarca, Rocchi, Rostan, Rotta, Sanna, Scuvera, Simoni, Tentori, Tidei.

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