Verso un PD Bene Comune, di F. Vicari

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo di Francesco Vicari

Carla,
in vista della stagione congressuale d’autunno ti invio alcuni spunti
che chiedo di essere ospitati sul blog. Alcuni elementi sono critici (forse
duri) e qualche suggerimento è propositivo per una discussione, un
approfondimento. In autunno si cambia o si va verso il declino. Ora, con
l’omogeneità “politica” tra Municipio, Comune e Regione sono del parere che
bisogna “professionalizzare” i Circoli e fare da pungolo per le istituzioni
locali. Al di là delle regole congressuali da stabilire credo che sia opportuno
cominciare a riflettere sul come rafforzare il ruolo del Circolo (e dei Circoli
di Roma). Tu sei la persona ideale che può dare gambe al lancio di una Rete dei
Circoli.

Verso un PD, Bene Comune

11 giugno 2013

È calato il sipario forse sull’ultima (?) battaglia elettorale del 2013. Si vince a Roma e altrove. Una vittoria salutare. Ma non bisogna esaltarsi troppo perché è andata a votare meno della metà degli elettori. Ora per il Pd romano comincia la parte più difficile: dal dire al fare! Per far tornare – la prossima volta – nei seggi gli scontenti di questa tornata elettorale.

Dal sipario delle elezioni politiche sono trascorsi alcuni mesi infernali. Non si sente il bisogno di viverne altri. Anche se siamo un partito che non si fa mancare nulla. Nei momenti migliori la classe dirigente è bravissima a tirare fuori il peggio di sé stessa. La più grande virtù è la vocazione all’autolesionismo e al “harakiri” con una sequenza di lotte intestine e veti incrociati. Una patologi(c)a “sinistra”. Una classe dirigente specializzata nel fuoco amico e che usa all’interno armi letali peggiori di quelle usate all’esterno contro gli avversari.

In pochi mesi una parte della classe dirigente – specializzata nel remare contro – ha massacrato i sacrifici e il lavoro dei Circoli sul territorio mostrando al Paese un Pd in crisi di perdita di credibilità e di speranza per il futuro. Quasi l’immagine di una nave che punta a nuovi orizzonti guardando il porto di partenza piuttosto che immaginare l’approdo futuro. Una lite tra comandanti con la nave in balia delle correnti (interne).

Ebbene! Tra qualche mese si aprirà la stagione congressuale. Ci si augura non il solito frulla-segretari, il trita-leader. Non si può tornare alle solite alchimie cencelliane. Al bando il solito “amalgama” provvisorio che in poco tempo si scompone e ricompone secondo calcoli e convenienze estemporanee.

Il congresso dovrà essere la grande occasione per ripartire verso il futuro. Sarebbe coerente iniziare dalla smacchiatura dei “101 dalmata” che con un’operazione di raffinato cecchinaggio hanno impallinato il partito e massacrato Prodi – uno dei padri fondatori scelto “a furore di popolo” come candidato alla Presidenza della Repubblica. Una congiura vergognosa che voleva raggiungere il risultato di consegnare il partito all’avversario con le mani in alto. Questa tristissima vicenda suggerisce di trarre alcune fondamentali lezioni con cui fare i conti nella prossima stagione congressuale.

1. Va realizzata – all’interno del partito – una politica di “integrazione”. Va sconfitta la “cultura dell’ex”. Con la consapevolezza che il PD non può continuare ad essere mostrato all’esterno come un partito di reduci (ex Ds + ex democristiani + ex socialisti, ecc.). Chi esprime un’altra idea la pensa diversamente e non può essere vissuto come il cavallo di Troia dentro il Pd. Questa percezione – che sembra abbastanza diffusa – non è patrimonio del mio immaginario. Con assoluta certezza è estranea alla mia scelta di iscrivermi al Pd, dopo una lunga e lontana militanza nel pci di Enrico Berlinguer. Va ritenuta come assolutamente anacronistica l’idea di valutare il confronto di idee con la mappa genetica della propria provenienza politica tra le mani e con la testa rivolta al passato, seppure da ricordare con orgoglio e da difendere con fierezza.

2. Ogni iscritto, ogni Circolo deve essere il grimaldello da utilizzare per demolire il sistema delle correnti interne, ormai consolidati covi di congiure, di ambizioni e interessi personali, di aggregazioni flessibili e autoreferenziali mirate al puro esercizio del potere o, nella migliore delle ipotesi, al condizionamento dei processi democratici interni ed esterni al partito. Le correnti, in luogo di laboratori ideali del pensiero e delle idee, hanno assunto la funzione di strumento per internalizzare interessi trasversali, extra partito. Si sono trasformati in luoghi di meditazione delle faide e dei complotti contro gli altri leader dello stesso partito. Forme deviate e laboratori effimeri e autoreferenziali di alleanze variabili interne mirate a consolidare l’esercizio del potere. Appartenenza in luogo di competenza! Circoli nel Partito contrapposti al sogno del Partito dei Circoli.

Scardinare il sistema vorrebbe dire cominciare dalla meritocrazia, iniziando dall’interno del Pd. Il “correntismo”, purtroppo, è la manifestazione speculare deviata che si riproduce rovinosamente anche in tutte le istituzioni. Selezione della classe dirigente (Partito, Stato, parastato, enti locali) secondo appartenenza, delle cordate, delle scalate. “Le lacrime dell’Italia”. Pertanto, nel congresso, attenzione alle logiche del lancio delle offerte pubbliche di acquisto (Opa) per la scalata al partito. Il Pd non ha bisogno di azionisti ma di patrioti!

3. La base del Pd deve appropriarsi del processo democratico dal basso, partendo dai Circoli quali organizzazioni dei cittadini e laboratori di elaborazione di idee sul e nel territorio. In tale prospettiva, in continuità con quanto mi ostino a sostenere ormai da alcuni anni, è indispensabile creare la “Rete dei Circoli”. Non un processo dal basso a parole, né tanto meno scimmiottando slogan di moda e graditi. I Circoli devono contare di più! Punto!

Il Pd, in una prospettiva di risorse finanziarie sempre più scarse, ha bisogno di Circoli “professionalizzati” in grado di recepire, analizzare, elaborare le idee e le istanze locali da proporre ai propri rappresentanti. I Circoli dovranno essere le antenne puntate sulla strada e sul territorio. Da alcuni anni ormai mi batto per questa missione dei Circoli, nonostante la velata consapevolezza di essere stato percepito come un visionario. Sono altresì convinto che vada superata la rituale “cascata di idee dall’Olimpo” delle pregresse esperienze congressuali.

4. Probabilmente non sono pochi coloro che avranno bisogno di un battesimo di umiltà. Non sono rare dentro il Pd – a diversi livelli – le sfumature, le manifestazioni, le incrostazioni di spocchia e gli atteggiamenti snob. Non possono essere accettati atteggiamenti che talvolta sfociano in pretestuose deviazioni moralistiche, pregiudizi, spunti polemici e denigrazioni. Non ho mai amato i “veri depositari delle idee di sinistra” che basano i loro giudizi su una presunta superiorità morale legata alla provenienza storica. <Sinistra è bello, sinistra è il meglio>. Nel dibattito interno le idee possono essere ritenute discutibili ma non necessariamente da apostrofare con giudizi denigranti.

Questo ardito e presuntuoso “atteggiamento spocchioso”, in alcuni casi, è stato l’artefice principale di grandi disfatte politiche o di scelte difficilmente comprensibili. La riproposizione di una cultura dell’appartenenza nel partito porta automaticamente all’applicazione degli stessi meccanismi (affiliazione, appartenenza, cordata) anche nei livelli istituzionali dello Stato, giustificando di fatto le ardite generalizzazioni e l’omologazione dei detrattori. La cooptazione dell’appartenenza uccide il bisogno di “competenza”. La meritocrazia non deve avere tessera. Forse il sogno di un ingenuo visionario? Sicuramente un sogno che potrebbe essere definito di “sinistra”. La meritocrazia ignorata ha prodotto il regno incontrastato di signorotti, vassalli e valvassini, totalmente sganciati dal partito e dalla società. Il ritorno alla meritocrazia potrebbe essere il modo per mettere in sintonia il territorio e l’eletto e quest’ultimo con l’elettore. L’eletto è il rappresentanza dei cittadini e non il proprietario di un pacchetto di voti da esibire, ostentare o contrapporre a qualcuno.

5. Sarebbe opportuno cominciare dai principi e dai valori di “sinistra” (del 3° millennio). È di sinistra la consapevolezza di non potere erogare tutti i servizi a tutti? Occorre partire dagli ultimi. È di “sinistra” la coerenza (dire e fare), l’onestà (intangibilità morale), la legalità (per l’eletto come per l’elettore), lo spirito civico (da contrapporre al prevalente individualismo), il diritto di cittadinanza (superamento della deviazione culturale di considerare un cittadino che denuncia un sabotatore o un rompiscatole)?

È essenziale rendere più robusti i valori universali (libertà, fratellanza, giustizia, ecc.). E’ altrettanto essenziale ricontestualizzare e/o ridefinire i valori di “sinistra del terzo millennio”.

6. Mi piacerebbe un partito del buon esempio. Un partito rinnovato. Un partito dalla morale anglosassone. Un partito che non ha bisogno dell’alibi dei tempi della giustizia anche di fronte a semplici “indizi di reato”. Vorrei un partito dalle dimissioni non richieste. Un partito delle espulsioni dovute. Un partito del fare. Un partito di parola. Un partito del cambiamento (vero). Un partito che – nei casi dovuti – si costituisca parte civile. In definitiva mi piacerebbe vivere in una stagione congressuale che punti a costruire un Pd di Circoli e dei Circoli. <<Un PD, Bene Comune>>.

Francesco vicari

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