“Larghe intese”, illusione o killer di speranza? (di F. Vicari)

riceviamo e pubblichiamo questo contributo di Francesco Vicari

Cara Carla, Carissimi,
ti invio alcuni spunti sulla situazione che si sta vivendo chiedendo di ospitarli sul blog. Sono del parere che il Pd debba pretendere maggiore rispetto. Basta con i partiti di lotta e di governo dentro
la stessa coalizione. O dentro o fuori dal governo e dalla coalizione oppure si traggano le conclusioni con orgoglio, coerenza e serietà.

Non possiamo essere ammalati cronici di senso di responsabilità (Monti, larghe intese) mentre i partner politici fanno finta di essere altrove e all’opposizione. Al momento opportuno il Pd sarà lasciato solo e sotto il fuoco incrociato degli attuali alleati.
Questo modo di essere “Pd” ha fiaccato le speranze e la voglia di
riscatto mie e di tanti altri. Finiamola di fare il partito dell’altra guancia!

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“Larghe intese”, illusione o killer di speranza?

Dopo l’esito elettorale di febbraio, l’ipotesi di un avvitamento della crisi politica era un prevedibile presagio. Ora è una triste realtà e un preoccupante futuro.

La pozione magica delle <larghe intese>, presentata come una soluzione miracolistica, si è confermata ciò che era e non poteva che essere in una democrazia molto acerba. Erano noti i gravi problemi economico finanziari e le difficoltà di convivenza politica tra due partiti che si sono affrontati (non sempre, in verità) duramente. Quindi sarebbe stata una pia illusione pensare che, nell’attuale contesto italiano, in poco più di 100 giorni il governo Letta potesse risolvere problemi insoluti da diversi decenni.

Allo steso tempo, per amore di verità, va sottolineato che la partenza del c.d. “governo di servizio” non è stata da subito brillante. Continuità con il passato nell’uso del bilancino delle poltrone. Da subito tanta litigiosità, tante dichiarazioni, troppe fibrillazioni, troppi contrasti programmatici e tanti ricatti che tutt’ora privano l’esecutivo della minima tranquillità per prendere decisioni discutendo serenamente.

È nato con questi presupposti un governo che ha mosso i suoi primi passi gattonando, rinviando e sbandando, di recente, sia con scaramucce interne alla coalizione sia sotto gli “schiaffi” del caso kazaco e di quello dello 007 americano già condannato per il caso Abu Omar.

La base, legittimamente si interroga: per quanto tempo ancora durerà questo stillicidio che assomiglia sempre più ad una tortura? A chi giova questo stallo? A chi toccherà staccare la spina? Chi resterà con il cerino acceso in mano? In questo clima politico – come è già successo durante il governo Monti – il Pd appare la vittima sacrificale predestinata. Un partito diviso (come sempre) su tutto. Non un partito della condivisione ma della divisione. Un partito diviso perché democratico? No, affermazione minimalista ipocrita! Inutile negare i governativi e gli antigovernativi, i lealisti e i realisti, i pragmatici e gli attendisti, i pazienti e i ribaltonisti, gli speranzosi e gli illusionisti. Difficile dare torto a chi dice che bisogna passare dal governo del dire al governo del fare!

È un momento difficile per il Pd. Nonostante ogni possibile sforzo di comprensione non riesco a capirlo. In molti, come me, sono in preda a tantissimi dubbi. Si osserva il Pd come il partito dell’altra guancia! Un partito malato di senso di responsabilità (verso il Colle, verso i propri capicorrente). Senso di responsabilità o senso di colpa? Però una responsabilità che non facciamo gravare nella stessa misura sul centrodestra che invece si “diverte” a lanciare diktat, ribadire, ricattare come fosse un partito estraneo alla coalizione e al governo. Quindi vorrei innanzitutto un Pd che si facesse rispettare. Niente ricatti: o dentro o fuori dalla coalizione e dal governo! È necessario uno scatto di orgoglio anche del premier oltre che del partito.

Sappia la classe dirigente che il Pd, in queste ultime settimane, sta perdendo fasce non irrilevanti di elettorato. Si metta la parola fine all’oziosa diatriba della data del congresso, delle regole delle primarie, del segretario – candidato premier. Non ci si illuda sulle riforme che nelle condizioni date sembrano un pretesto, un espediente per allungare il brodo. Si parli e si vari una legge elettorale.

Se il governo non ce la dovesse fare non sarà colpa del congresso ma dell’oggettiva difficoltà a tenere insieme idee conflittuali tra loro e sotto continui ricatti.

La tenuta del governo deve temere più da se stesso che non dal congresso. Ma con il protrarsi di questo stallo il Pd (e tutta la politica) si avviano al suicidio e con esso muore la speranza di molti. Anche la mia.

Francesco vicari, 22 luglio 2013

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