Rabbia e orgoglio (F. Vicari)

riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota di Francesco Vicari

La rabbia e l’orgoglio: voglia di lotta o di disimpegno?

Mai come adesso – in tanti anni di militanza attiva o in posizione stand by – mi sono trovato combattuto tra la rabbia e l’orgoglio, la voglia di lottare e il disimpegno. Giorno per giorno questa classe dirigente del Pd assesta colpi mortali all’orgoglio, al sacrificio, all’abnegazione facendo prevalere la voglia di resa, di disimpegno e rassegnazione. D’altronde chi si aspettava e si aspetta un gruppo dirigente lucido, lungimirante e in grado di rilanciare il partito deve assolutamente ricredersi. Tramortita dai propri errori la classe dirigente annaspa, zigzaga, barcolla e si becca come i polli di Renzo di manzoniana memoria.

Devo dissentire da chi ha affermato che il partito è un amalgama mal riuscito (che è un bel complimento detto da uno di quelli che conta molto nel partito) perché mi pare assomigliare a una nave senza timone, con tanti timonieri litigiosi e con tante e diverse carte nautiche per le mani. Nessuno di loro ha preso consapevolezza dello scollamento tra la classe dirigente, gli iscritti e la base elettorale. Questa dirigenza avrebbe bisogno di una sonora “lezione” soprattutto dagli iscritti che nei contesti congressuali hanno pilotato, orientato e consentito, in questi anni, il consolidamento di meccanismi di cooptazione per la costituzione di apparati e di cordate.

Una classe dirigente litigiosa che pensa solo a se stessa, alla propria poltrona e alla posizione di vantaggio offerta da quella stessa poltrona per soddisfare le proprie ambizioni personali. Attaccati alla poltrona per consolidare le proprie ambizioni (legittime, si intende) di occupare posizioni istituzionali molto ambite (Presidente della Repubblica, del Senato, della Camera, di Commissioni parlamentari, di Ministri, ecc. ecc.). Ormai il disegno appare chiaro: le ambizioni personali prima di tutto anche a rischio della totale liquefazione del partito. Ormai da una parte vi è una classe dirigente che crede di essere al comando di una nave e che invece, a me pare, stia su di un iceberg alla deriva verso le correnti calde equatoriali che lentamente lo stanno erodendo e liquefacendo. Sulla terraferma, invece, una base elettorale smarrita, basita, arrabbiata, indecisa perché nei fatti (in)consapevolmente invitata – da questi ammiragli senza ciurma – a prendere atto di non contare né con la tessera né con il voto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una base e un elettorato ormai orientati al disimpegno e al non voto.

Eppure questi generali reduci da tante Waterloo si ostinano con insistenza masochistica a elaborare e portare a compimento desideri di vendetta, organizzando complotti e faide interne, continuando a esternare la propria miniera di idee percepite dalla base come estemporanee, incomprensibili, incoerenti e strampalate. Ad esempio, in questi giorni, la base si chiede come (secondo indiscrezioni e notizie di stampa) potrebbero convivere – nell’ambito delle (agognate) riforme istituzionali – le proposte sul semipresidenzialismo e doppio turno insieme alla recente e splendida idea di un eventuale referendum sul “porcellum” mirata a introdurre un sistema elettorale proporzionale. Allora, se così stanno le cose, la Commissione sulle riforme istituzionali (Quagliariello) è una sovrastruttura di distrazione di massa? Ma allora, se così è, perché non sganciare la riforma elettorale dal quadro delle riforme istituzionali cui è stata incomprensibilmente subordinata su diktat degli “alleati”?

Si è del parere che sbandando e a tentoni si stiano architettando tanti inutili espedienti per “fà passà a nuttata”. In pratica, si sta cercando – attraverso il fattore tempo – di depotenziare le ambizioni e le chance di Renzi. Un approccio strategico apprezzato e comodo anche per la destra berlusconiana. Non si può non dubitare che ciò avvenga inconsapevolmente. Ormai il disegno mi pare chiaro: il problema del Pd è ovviamente Renzi (che non proviene dai Ds, non incarnerebbe quindi la sinistra e pertanto non ha il genoma ideale per guidare un partito di “sinistra”). È in atto un estemporaneo strumentario di diversivi in chiave di strategie congressuali. Dalle costellazioni Pd non viene una spinta sul governo per realizzare vere riforme e mettere gli “alleati” di fronte ad un vero cambio di passo: un governo con l’agenda in mano. Con le larghe intese l’antiberlusconismo ha fatto un passo avanti evolvendo verso un sofisticato e surrettizio anti-renzismo. Appaiono più che una conferma l’ormai consueta, abituale e oziosa disquisizione sulle primarie (la fattibilità: si fanno sempre, per alcune figure istituzionali; le regole: primarie aperte, chiuse, a spiraglio, a soffietto; la data: recente, anno corrente, prossimo anno, sine die), la separazione delle cariche: candidato premier – segretario, forse per il timore che le due figure essendo incarnate nella stessa persona possano dire le stesse cose e perfino coerenti!).

Si prenda atto che nel Pd convivono due “correnti di pensiero”: 1) le idee di “sinistra” sbandierate in pasto all’opinione pubblica e mai realizzate anche nelle condizioni più favorevoli (si ricordi la dichiarazione di Violante alla Camera sul conflitto di interessi di Berlusconi); 2) le idee del “realismo” e del pragmatismo moderno, progressista e di sinistra moderna, tacciato come moderatismo, neo conservazione e apostrofato come destrorso. Io sto per la seconda che ho detto!

Sono dell’opinione che questa classe dirigente ce la sta mettendo tutta per distruggere la mia speranza, il sacrificio e l’abnegazione di molti iscritti, simpatizzanti e elettori. Come disse il regista Moretti a Piazza Navona: con questa classe dirigente non si vincerà mai. E sulle profezie di Moretti non si scherza perché le ha sempre immortalate nelle sue opere.

Il congresso – che a mio avviso dovrà tenersi al più presto – dovrà essere il vero cambiamento soprattutto di questa classe dirigente. Non è più tollerabile insistere su questa sfilata della vanità e della confusione. Finalmente un congresso in autunno per cambiare innanzitutto questa classe dirigente. Se non si cambia si muore! Se non si cambia, mi attende l’eremo del mio privato.

Francesco vicari, 25 luglio 2013

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