I sogni nel gazebo (di F. Vicari)

riceviamo da Francesco Vicari e volentieri pubblichiamo

Il mio 8 dicembre è cominciato qualche anno fa, quando mi sono messo alla ricerca di un riparo per i miei sogni. Mi aggiravo spaesato. Venivo dagli anni di pane e pci. E dopo una ventennale “apnea nel mio privato” ho cercato di fare parte di un sogno, di un’idea, di un luogo, di un respiro. Ho ritrovato un luogo, un’idea, un partito, un sogno di nome PD. Ho trovato la mia “betlemme”.

Sapevo di andare contromano rispetto all’affermarsi di una politica dei non luogo, dei non partiti, dei non leader. Io controcorrente alla ricerca di una politica “con” e “per”, da contrapporre alla vulgata dell’anti e del contro. Io per le parole ferme e misurate rispetto al libero mercato della volgarità e della scurrilità derubricate a parole equivocate.

Io guidato da un sogno e spaesato per l’involuzione della politica ormai miscela di arroganza e ignoranza. Una (geo)politica che si estendeva dalla  padania alla sicania, “…dal Manzanarre al Reno”.  Una miscela informe di ragione e pancia. Polpette avvelenate di neo-populismo del terzo millennio, non sempre adeguatamente contrastato e molto spesso sottovalutato o scimmiottato.

La domenica  dell’8 dicembre scorso è stata una festa di democrazia.

Non una vittoria di un singolo. La vittoria dei volontari, dei circoli, degli elettori. La vittoria di un partito.

Del partito democratico. Una vittoria rivolta a chi, anche all’interno del PD, dovesse o intendesse piegarsi – a dispetto di milioni di elettori – al desiderio di rivalsa ribaltonista o alle ambizioni di tatticismi e strategie trita-segretari in completa distonia con i sacrifici di un esercito di volontari e contro i desiderata degli elettori. In questi anni nel PD hanno convissuto (e convivono), sopportandosi e senza sconfinare, le storie di provenienza,  le ambizioni personali, le vecchie ruggini tra “generali” simulatori di una fantomatica lotta cruenta tra diverse (anime) idee di PD non percepite come tali dai non addetti ai lavori. Un’impressione, in questa fase meno evidente, di un luogo volutamente affollato di galli e galletti beccanti o ruspanti o ex dominanti.

Con l’8 dicembre (forse) si cambia pagina. Sono stati sonoramente sconfitti anche i timori sull’affluenza, gli oppositori “gufanti”, i blogger insultanti, i denigratori “rosicanti”.

Un bel paesaggio la pagina dei giornali con le facce dei tre sfidanti. Una spruzzata di gioventù e una boccata di futuro. Un mix multiculturale di “nativi dem” e di “risorse” con un personale bagaglio di storia, tutta rispettabilissima. Tre sfidanti all’altezza della competizione, provenienti dal cantiere PD, emergenti dalla gavetta e forse parzialmente oscurati da un gelosissimo cordone di  “baronie” dirigenti.

Ebbene, ritengo che sbaglia chi pensa che l’8 dicembre abbia vinto l’anagrafe. Le idee buone non hanno età. Anche le speranze non hanno età. Nella battaglia delle primarie e per le primarie non vi è stata la vittoria del giovane sul meno giovane. Ha vinto il desiderio di un PD non arroccato che si sarebbe voluto avere e che non è stato possibile avere in questi anni. È stata la vittoria di un desiderio di apertura al mondo. Un PD urbi et orbi.

Dal confronto ha vinto la democrazia. Ha vinto la grande voglia di cambiamento accompagnato da un grande desiderio di ricambio generazionale. Una vera trasfusione (anche di entusiasmo). Ha vinto la voglia di una scossa salutare a un partito, non sempre a torto, percepito come limitatamente dinamico e spesso guidato dalle alchimie del dubbio piuttosto che dalle strategie delle certezze.

Ha vinto una “base elettorale” più coraggiosa della sua stessa classe dirigente e, altresì, desiderosa di scuotere un partito percepito, a torto o a ragione, come rimorchio in luogo di locomotore. Gli elettori hanno inteso dare uno scossone a un partito talvolta incerto, morbidone e sonnacchioso. Una percezione flemmatica forse per un passaggio travagliato della storia italiana con una classe dirigente del PD timorosa e non completamente convinta della propria responsabilità assunta per sostenere un governo a propria guida e del quale è, obtorto collo,  azionista di maggioranza.

Ma l’8 dicembre non è certo il traguardo. Il “bello” comincia adesso. Con una maggioranza ridotta e disomogenea non basta il coraggio per delineare una rotta e navigare tra senso di responsabilità e risposte da dare ai cittadini. Riusciranno i nostri eroi a fare le riforme (elettorali e istituzionali)? Riusciranno a tagliare la spesa pubblica improduttiva per riallocare risorse in un paese allo stremo? Riusciranno a tenere sotto controllo la spesa pubblica e a non perdere credibilità nei confronti di coloro che finanziano il nostro debito pubblico? Riusciremo a non essere il tiro al bersaglio delle opposizioni che cavalcano la protesta?

L’8 dicembre ha detto che gli elettori desiderano un PD unito (forte leadership), un PD rinnovato, un PD innovatore, un PD che si proietta oltre l’orizzonte. Chi in massa è andato a votare non ha inteso certamente votare per le contrapposizioni e le ambizioni personali, per i desideri di rivalsa o per le strategie complottiste utili a logorare il partito e a vanificare il grande lavoro di un esercito di volontari e i sacrifici degli elettori. Qualcuno, spero, si rassegni all’affermarsi della democrazia e vi partecipi con la bellezza autentica delle idee.

Pensare alla rivalsa interna nel partito significa minare le fondamenta dell’Italia.

Monta un pericoloso, rancoroso, rabbioso e strumentalizzato malcontento di poveri cristi, diseredati e di tribuni. Una miscela di rabbia e di pancia. Un proliferare di imbonitori, incantatori, guastatori e leader del rancore. Un mix indistinto di rabbia e sfascismo. Una schiera di aspiranti stregoni e di costruttori di caos.

Oggi tutti in groppa alla tigre. Ma mi chiedo: dove hanno vissuto questi “neo-rivoluzionari del silenzio” quando gli illustri “statisti del bunga bunga” di questo ventennio hanno sostenuto la tesi della crisi passeggera e di un’Italia in uscita dal tunnel? Purtroppo nessun rinsavimento postumo né dai politici marziani né dai cittadini sudditi, anch’essi colpevoli e complici!

Dove erano questi ultras dell’ultim’ora quando i nostri grandi “statisti del bunga bunga” con le loro dichiarazioni al cloroformio inondavano le tv affermando che la crisi economica era di natura psicologica, i ristoranti erano pieni, gli aerei stracolmi, i villaggi vacanze affollatissimi? Quanti di questi “arrabbiati e idrofobi” cantavano gli osanna (Meno male che Silvio (non) c’è…) al grande “statista delle macerie” di  questi venti anni?.

Non è una novità che gli italiani abbiano sempre sofferto di memoria corta. Non è nemmeno una novità per gli italiani (in generale) “peccare” di “scaricabarilismo”  ovvero la grande abilità a scaricare la colpa dei guai dell’Italia sempre sugli altri. Si prova una grande rabbia nel sentire “ex papaveri eccellenti”, in passato osannati e artefici dei disastri, che pontificano come marziani venuti sulla terra con un meteorite. Nessuno che abbia avuto il coraggio di chiedere <scusa> agli italiani assumendosi le proprie colpe e responsabilità ritirandosi nel regno degli inferi dove scontare le proprie pene.

L’8 dicembre scorso ha vinto la libertà (che) è partecipazione (G. Gaber). Ha vinto la democrazia. Un inaspettato livello di affluenza in un periodo in cui la politica non gode  assolutamente di particolari simpatie. Un tasso di partecipazione che molto probabilmente intenderebbe dare forza alla scelta della leadership e concreta speranza di unità del partito chiamato a nuove e grandi sfide per il futuro.

Io ho dato il voto a Renzi. Un voto convinto e pieno di speranza. Un voto per un PD delle culture mescolate, da me sempre auspicate. Un PD non più partito degli ex (comunisti, democristiani, socialisti, repubblicani, ecc.) ma un PD prossimo venturo partito di nativi dem.

L’8 dicembre scorso, un popolo in quel gazebo ha riposto i propri desideri di futuro. In quel gazebo ho affidato le mie speranze. In quel gazebo anche i miei sogni.

Francesco Vicari, 18 dicembre 2013

* evidenziazioni della redazione
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