Su “il Manifesto” il racconto di Khalid Chaouki a Lampedusa

da il Manifesto

27desk2-lampedusa-reuters-655597Io recluso tra i migranti, smacco all’indifferenza. Lampedusa. Dopo la protesta eclatante del parlamentare del Pd, liberi 200 migranti detenuti illegalmente nel Centro di Contrada Imbriacola.
Lo stesso Khalid Chaouki racconta per “il manifesto ” come è riuscito a sbloccare lo stallo e a mettere il governo Letta alle strette. «I miei giorni con loro sono stati un dono»a

E’ una mat­tina livida quella del 23 dicem­bre. Sono arri­vato a Lam­pe­dusa la sera prima, accolto all’aeroporto da Paola La Rosa, un’attivista del Comi­tato 3 Otto­bre, nato all’indomani della tra­ge­dia che ha visto la morte di 366 migranti a largo dell’isola di Lam­pe­dusa. Sono pas­sate da poco le 10,30 del mat­tino quando con Paola entriamo den­tro il Cspa di Lam­pe­dusa. Una piog­gia sot­tile e inces­sante ci accom­pa­gna, il cen­tro a prima vista fa paura, non si vede nes­suno in giro, solo il gri­gio della costru­zione che s’intona per­fet­ta­mente al cielo plumbeo.

Dopo una mezz’ora qual­cosa cam­bia e un sole incerto illu­mina gli spazi della strut­tura, c’è anche chi fa capo­lino in cor­tile, alcuni uomini e qual­che donna che esce dalle came­rate per venirci incon­tro. Ci sono pure gli ope­ra­tori di Lam­pe­dusa Acco­glienza e subito ci fanno fare un giro per mostrarci le con­di­zioni della strut­tura che sono pes­sime, peg­gio­rate rispetto a quanto ricordavo.

Diverse came­rate non sono uti­liz­za­bili per­ché ci piove den­tro, mon­ta­gne di mate­rassi giac­ciono ammas­sati uno sull’altro a for­mare alte mon­ta­gne che sfio­rano il sof­fitto, le porte d’ingresso sono sfon­date! Paola e io siamo ammu­to­liti di fronte a quello che ci viene mostrato. «Fac­ciamo quello che pos­siamo, con i mezzi che abbiamo», ci spie­gano gli operatori.

Un senso di ango­scia mi prende il cuore. Que­sta è l’accoglienza di cui siamo capaci? No, l’Italia che io cono­sco può e deve fare di più. L’Italia che ho impa­rato ad amare dai rac­conti di mio padre, quando ancora ero in Marocco, non è que­sta che vedo a Lam­pe­dusa. È un’Italia forte e soli­dale, l’Italia delle oppor­tu­nità, del lavoro e delle strette di mano fran­che e sincere.

Sono dav­vero dispia­ciuto per quello che si pre­senta ai miei occhi. Lo squal­lore che ci cir­conda mi feri­sce. Voglio capire e dun­que domando: «Alle per­sone che sono qui da oltre 96 ore è stato mai noti­fi­cato un prov­ve­di­mento giu­di­zia­rio restrit­tivo della loro libertà?». «No» mi rispon­dono. «Quindi sono tenute qui anche da oltre due mesi — senza che un giu­dice lo abbia dispo­sto — solo per­ché il Mini­stero degli Interni non ne ha ordi­nato il tra­sfe­ri­mento?». «Sì».

Sco­pro inol­tre che que­ste per­sone non sono libere di uscire e che tra loro vi sono alcuni dei soprav­vis­suti al nau­fra­gio del 3 ottobre.

I giorni spre­cati lì dentro

A un certo punto mi viene incon­tro Kha­lid, il ragazzo siriano che ha denun­ciato con il suo video la ver­go­gna delle docce anti scab­bia all’aperto, par­liamo in arabo e lui nella sua lin­gua subito si rilassa, si sente a casa. Mi rac­conta delle sue gior­nate al cen­tro, di quante sono lun­ghe e prive di senso, delle ener­gie, dei sogni e dei giorni spre­cati lì den­tro. In quel momento capi­sco che se la mia visita si limita a quella gior­nata, se salgo sul volo delle 16 che ho già pre­no­tato per il ritorno, qui non cam­bierà nulla.

Sì, magari posso essere l’ennesima voce che denun­cia, ma non sarebbe ser­vito a molto altro, gli occhi di Kha­lid mi chie­de­vano altro, mi chie­de­vano un gesto, una presa di posizione.

È stato un attimo. Dico a Kha­lid e agli altri tre siriani del grup­petto: «Resto con voi, non me ne vado, non vi lascio soli. Resto fin­ché qual­cosa non si sblocca». Si guar­dano tra loro, incre­duli, pen­sano forse non aver inteso bene, ma io l’ho detto nella loro lin­gua e dun­que sanno che si pos­sono fidare di quel che hanno sentito.

Comu­nico la mia deci­sione anche a Paola, que­sta volta in ita­liano, e lei mi sor­ride, com­plice. Intanto i quat­tro siriani ini­ziano a discu­tere su dove io debba dor­mire, ci ten­gono a ospi­tarmi nella loro stanza. Accon­sento con piacere.

I guizzi di gioia che leggo nei loro occhi mi con­fer­mano nella mia deci­sione: biso­gna pren­dere posi­zione, sce­gliere, agire, mi ripeto. E mi ven­gono in mente le parole forti, dense di azione e senso pra­tico di quel grande poli­tico e uomo che fu Gram­sci: «Credo che vivere voglia dire essere par­ti­giani. Chi vive vera­mente non può non essere cit­ta­dino e par­ti­giano. L’indifferenza è abu­lia, è paras­si­ti­smo, è vigliac­che­ria, non è vita. Per­ciò odio gli indif­fe­renti». Le parole di Gram­sci mi scal­dano, nel freddo del cen­tro di Lam­pe­dusa, mi ras­se­re­nano nella mia decisione.

Mi ven­gono incon­tro, nel frat­tempo alcuni ope­ra­tori, i media­tori che par­lano arabo e tigrino, inglese e fran­cese. Vogliono spie­garmi e spie­garsi, vogliono rac­con­tare il loro punto di vista. «Quello che è suc­cesso è una ver­go­gna, un grosso errore, ma pur nella sua gra­vità – mi dicono — non può can­cel­lare i dieci anni di lavoro che abbiamo svolto qui den­tro. Lo vedete in che con­di­zioni lavo­riamo, ore le avete sotto gli occhi». Anche loro mi sem­brano sod­di­sfatti della mia deci­sione di rima­nere, dico loro che voglio stare là den­tro fin­ché non sarà rista­bi­lita la lega­lità, fin­ché il Governo non darà rispo­ste concrete.

Mia madre mi diceva sem­pre che l’unico modo per cam­biare le cose è rim­boc­carsi le mani­che, spor­carsi le mani, pro­vare a rad­driz­zare ciò che ci sem­bra storto. Man­cano due giorni a Natale e io, musul­mano, che ho pas­sato un anno di scuola dalle suore a Misu­rina, qual­cosa ne so della reli­gione cat­to­lica e del senso di que­sti giorni per milioni di cri­stiani. Il cen­tro di prima acco­glienza di Lam­pe­dusa mi sem­bra subito un pre­sepe moderno. «Non c’era posto per loro nell’albergo», il figlio di Dio per i cri­stiani nasce den­tro ad una grotta, sce­glie subito da che parte stare, si incarna pro­prio là dove l’umanità è più ferita.

Subito sono attor­niato da loro, dagli “ospiti” del cen­tro, che vogliono pre­sen­tarsi, vogliono rac­con­tare la pro­pria sto­ria, vogliono pro­te­stare anche. C’è parec­chia rab­bia, desi­de­rio di essere ascol­tati, di tirare fuori la pro­pria uma­nità. Li ascolto in silen­zio, fac­cio par­lare le loro fru­stra­zioni, tocco con mano le loro spe­ranze, molte sono anche mie, guardo negli occhi un’umanità piena di ener­gie, che anni e anni di leggi ingiu­ste hanno pie­gato, ferito, avvi­lito. Chi pensa di avere ancora qual­che argo­mento a favore di quell’orrore che è la Bossi-Fini e del pac­chetto Sicu­rezza dovrebbe venire qui, pro­vare a soste­nere il loro sguardo pulito che reclama giustizia.

L’Italia ha biso­gno di una buona legge che regoli l’immigrazione, che ci fac­cia uscire dal “cat­ti­vi­smo”, dalla poli­tica della paura, dalla stu­pi­dità di norme e codici che non con­sen­tono a chi nasce o cre­sce in Ita­lia di dirsi ita­liano, di con­cor­rere ai bandi pub­blici, di votare, di can­di­darsi. Leggi che mal­trat­tano chi chiede asilo e rifu­gio nel nostro Paese. L’Italia ha biso­gno di risco­prire negli immi­grati una forza, una risorsa eco­no­mica, intel­let­tuale, umana.

Una catena di telefonate

Chiamo subito il vice mini­stro degli Interni Filippo Bub­bico, è un uomo che stimo, capi­sce per­fet­ta­mente il mio gesto e si mette a dispo­si­zione. Ho sen­tito anche molti altri, una catena di tele­fo­nate, spie­ga­zioni, discussioni.

Non è stato sem­plice sbloc­care una situa­zione in stallo da mesi e ormai al col­lasso, ma dopo la prima notte al cen­tro, la mat­tina del 24 sono arri­vati i mili­tari per sgom­be­rare subito gli oltre 200 migranti ospiti del cen­tro. Mi ha riem­pito il cuore di gioia vedere tra loro il Capo­ral­mag­giore Capo Pala Romano, di ori­gine eri­trea, e la gio­vane Ahlame Bou­fes­sas, sol­da­tessa ita­liana di ori­gine maroc­china. Le seconde gene­ra­zioni dun­que ci sono, in molti pre­stano ser­vi­zio al Paese che li ha adot­tati, o che li ha visti nascere, quel Paese che fa ancora tanta fatica a rico­no­scerli come figli ma che loro rico­no­scono come Madre Patria.

Restano al Cen­tro 17 per­sone, pro­fu­ghi eri­trei e siriani, con loro mi sono fer­mato sino alla gior­nata del 25 dicem­bre. Fin­ché non è arri­vata la Croce Rossa ita­liana, un’ottima equipe pronta a for­nire aiuto e assi­stenza qua­li­fi­cata. Medici e psi­co­logi che saranno al loro fianco 24 ore su 24. Ora però la situa­zione è molto cam­biata, il cen­tro si è svuo­tato, gli ospiti del cen­tro sono senz’altro più sereni. Capi­scono il senso del mio impe­gno e si fidano delle mie parole. Con­ti­nuerò a fare pres­sioni per un arrivo rapido dei giu­dici per rac­co­gliere le loro testi­mo­nianze con­tro gli scafisti.

I miei giorni den­tro al Cen­tro Acco­glienza di Lam­pe­dusa sono stati un dono per me. Un’occasione vera di con­fronto con quell’umanità migrante sulla cui pelle sono state fatte molte leggi e prese molte deci­sioni. Ecco, io nel mio nuovo ruolo di par­la­men­tare sono un legi­sla­tore, e credo sia impor­tante, anzi, neces­sa­rio guar­dare negli occhi le per­sone, pesare la loro dignità, prima di scri­vere o pre­sen­tare leggi che le riguar­dano. Dopo Lam­pe­dusa, ora dob­biamo scri­vere una nuova legge. Una legge sull’immigrazione dal carat­tere umano e dalla parte dei diritti dei rifugiati.

Ora non pos­siamo più dire di non sapere. Gra­zie a tutti coloro che sono stati con me con i loro mes­saggi, le loro pre­ghiere e la loro testi­mo­nianza. Andiamo avanti!

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